I sei colori

Il sonno della ragione genera mostri. L'insonnia, ragionieri.

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venerdì, 27 novembre 2009

42

Bambini, crudeli come cristalli, che fischiettano per strada, spensierati. E uccidono, e muoiono, spensierati.

Non è difficile uccidere o morire, se sai che comunque non c'è nessun grande sogno, nessun futuro radioso, nessun mulino bianco in vista. Se sai che _comunque_ muori, e muori giovane.

Noi lo sapevamo, prima che arrivassero gli ammerrecani con le loro cazzate. Noi lo sapevamo, e lo sapevano perfino gli inglesi (i tedeschi non si sono mai posti il problema, credo).

Si muore, punto.

Vai a chiedere a un bambino nero o ispanico in un qualche campeggio di camper attorno a una grossa città americana, vai a chiedere a _chiunque_ in Africa, vai a parlare con i contadini cinesi, con gli slavi, con i mongoli, con i boscimani, con i fuegini.

Vai a chiederlo ai vecchi che abitano i paesini in spopolamento sui monti in Italia. Ai quindici vecchi che li abitano.

Sai, quelli che sono i sopravvissuti di venti fratelli, uccisi magari anche un po' dalla guerra, e certo non dai machete o dalle mine, ma _morti_, comunque.

Si muore.

Ti diranno, beh certo, si muore.

Sono solo quei coglioni d'oltre Atlantico, quelli che hanno ottantasei anni, la dentiera, il cancro alla prostata, una caviglia slogata, i capelli tinti, che se chiedi loro come va ti rispondono "Fine!"

No. Devi rispondere "Culo! Ci sono ancora, e sono ancora in grado di risponderti. Certo, sto di merda, come no, ma la più parte della gente _muore_, è morta, oppure sbava consonanti sul mento, e allora mi va di culo. Ho male in otto posti diversi, sono un alcolista, faccio schifo a chiunque e ho anche un cattivo odore, ma ci sono ancora. Perchè sono nato nel posto giusto del mondo. Culo. Quel culo che il bambino crudele come cristallo non ha avuto. Ma ha dovuto dare, probabilmente".

postato da: Treesong alle ore 17:54 | link | commenti
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lunedì, 16 novembre 2009

41

Fantasmi, con le magre ali fatte di ossa e ricordi, a coprire la luna, che comunque stasera non c'è. Mani di frassino, aghi di larice.

Non è il bosco che chiama. Il bosco se ne fotte. E' la mia testa che lo inventa. Invento volontà, desideri, paure.Il bosco di notte è legno, niente altro. E' assenza di luce, niente altro. Il bosco di notte è nemico solo se io lo penso nemico.

Ricordi? "E' buio nel bosco di notte ma, se mi proteggi dalle cose cattive, io ti faccio strada. E non cado." Ma il bosco non era buio davvero, lo vedevo buio io. Lo facevo vedere scuro a te. E comunque sono caduto, alla fine.

Non c'è gloria nel difendersi coraggiosamente dalla propria ombra, immagino. Per quanto non ci sia ombra, di notte, nel bosco. A meno che non ci venga in soccorso la luna piena sui campi di neve.

E questa sera volano qui attorno, i fantasmi dalle ali magre. Solo che io quasi non li vedo.

Vorrei, davvero vorrei, vederli ed esserne terrorizzato. Vorrei provare qualcosa, fosse anche il terrore.Ma passano come ragnatele, e li tiro giù con una scopa, come ragnatele.

Notte impietosa, che umilia, ma non uccide.

Notte lunga, soprattutto.

postato da: Treesong alle ore 20:19 | link | commenti (2)
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venerdì, 13 novembre 2009

40

E' bizzarro, straniante, vedersi d'improvviso in uno specchio, una vetrina, e scoprirsi vecchi. Ma, beh, non dico che ci si abitui, no, però si addomestica la sorpresa, con l'abitudine. La centesima volta che ti chiedi cosa ci fa tuo padre (tuo nonno, certe mattine. Aveva delle occhiaie da competizione, mio nonno) nel _tuo_ specchio, impari a far mente locale in fretta. Impari a dirti veloce "Ehi, sei tu, così è", e passare oltre. Non oltre lo specchio, oltre col pensiero, intendo. Ho scoperto che se ti tocca un pensiero cattivo, basta spostare velocemente lo sguardo e si sposta anche il pensiero, riesci ad allontanarlo. Per quell'istante, vero, solo per quell'istante, ma così ha perso l'occasione di morderti fondo. Può biascicarti, semmai. E biascicarti è una cosa che i pensieri fanno sempre, comunque. Con le gengive, pian pianino. Nella migliore delle ipotesi, ovvio.

Ma, dicevo, alla faccia nello specchio ci si adatta. Non facevo il fotomodello, da giovane.

(Per inciso, io ho sempre odiato le fotografie. Essere fotografato. Ho sempre saputo la malinconia che una mia immagine da giovane mi avrebbe dato quando fossi stato vecchio. E non mi sbagliavo. Ma mi chiedo: come cazzo fanno gli attori vecchi a guardare i film che hanno interpretato da giovani? Io non potrei, davvero. Cioè, se mi dessero la scelta fra strapparmi le unghie dei piedi con una tenaglia o farmi vedere mezz'ora di me a vent'anni, rilancio con le unghie delle mani).

Sì, sì, sì, comunque...

Quello a cui non mi abituo è la perdita del potere sulla gente. Io _riuscivo_ a toccare le persone (non fisicamente), riuscivo a piegarle, ad accomodarle, ad aggiustarle, ad intervenire ed _esserci_, lì e in quel momento, a farmi sentire, a prendere un po' del loro peso, o a darne loro un po' del mio. Ad affascinare, per usare il termine tecnico in antropologia culturale.

Adesso, beh, sono in un sacco del residuo. Tocco la gente attraverso la plastica, semmai, altrimenti fa un po' schifo. Mi devo spegnere, e devo sorridere, e dire solo le cose giuste, così nessuno si incazza, e tutti trattano con simpatica accondiscendenza, o con moderata stima, quel grigio che passa fra loro.

E magari, non dico di no, sono davvero grigio, sono davvero spento. Non tutto il tempo, però.

Dio polveroso, un giorno, forse, un giorno, sarò un uragano di vento, che non vi porterà via, no, ma solleverà le foglie. Un giorno, forse, un giorno, scriverò poesia. O forse, semplicemente, morirò. In silenzio. E mi troveranno due settimane dopo.

Il che è un tantinello più probabile, come dire.

postato da: Treesong alle ore 21:04 | link | commenti
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sabato, 24 ottobre 2009

39

Io sono nessuno.

E la notte è sparpagliata sul mondo come quando muovi le mani per dire pressappoco.

Sempre più grande, la notte, mano a mano che viene inverno.

Sempre più nera.

Io sono la notte.

La notte nera.

postato da: Treesong alle ore 04:35 | link | commenti
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martedì, 13 ottobre 2009

38

I feromoni sono ormoni.

L'aterosclerosi, con l'accento sulla seconda e, è la sclerosi, con l'accento sulla o, delle arterie.

Allopatria si pronuncia accentando la i, esattamente come farebbe Stan Laurel.

Siamo alla codifica della barbarie.

postato da: Treesong alle ore 15:02 | link | commenti
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lunedì, 28 settembre 2009

37

E' primavera. Una strada di campagna, sull'altopiano, fra dossi e vallette. Una strada di ghiaia bianca. I soffioni spuntano fra le rodane dei trattori. E cammino, cammino. A volte, a tratti, il sole è feroce, scalda i capelli sulla nuca, e li devo scompigliare. Poi passo su un vecchio ponte in cemento, due metri sopra il ruscello, e lì l'aria dell'inverno morde ancora, senti che la terra, anche sotto il sole, ricorda il febbraio appena passato. E i giochi di luce fra le foglie nuove, ombre da calpestare, e i tratti d'asfalto consumato che si crepano come il sorriso di un vecchio. Profumi. Fiori di ciliegio selvatico, Prunus avium, credo, che cosa inutile il saperlo a fronte dell'incanto sottile che la sua fioritura spande dovunque. Salite, polmoni che faticano, quella cosa idiota di regolare il passo sul respiro, cosicchè più mi stanco più vado veloce, e discese, che mi vien da correre, da scivolare sui sassi che rotolano sotto le mie scarpe e rialzarmi ridendo. D'un tratto, improvviso, il forte odore di lievito del fungo di San Giorgio, ed eccoli lì, in fila ordinata lungo il bordo strada. Ne ho pestato uno, e mi dispiace, ma gli altri restano, non sono in caccia. E cammino, cammino. I prati attorno diventano bosco, poi tornano prati, poi rocce, a lato, un altro torrente, piccole trote, e di nuovo prati di sole di maggio.

E poi il sentiero muore.

Muore in un'esplosione di arcobaleni, in un'epifania di colori, muore, quel che c'è oltre non lo si può capire, non offre nessun appiglio al cervello. Tutto, lì, finisce, tutto il comprensibile finisce. Quello che va avanti è solo confusione. Grandiosa, ok, ma inconcepibile.

Seduto su un grosso molare di porfido appena sul ciglio dell'assurdo, questo signore dalla pelle tesa sulle ossa della faccia mi guarda con due occhi sbalorditi e mi dice: "Mi è scappato il sentiero."

Dio, ti prego, non esistere. Voglio, almeno, la dignità di averlo smarrito da solo, il sentiero.

postato da: Treesong alle ore 16:12 | link | commenti (1)
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domenica, 27 settembre 2009

36

Uf. La gente. Le passanti di Brassens. O gli ubriachi di Pinè. Fra cui io, ovvio.

La gente. Colori, umori, odori. La rabbia della balla di ieri sera, la collana di corallo, il sudore avvelenato dalla paura.

O magari i sorrisi sinceri, l'innocenza nei modi. Quasi mai, a dire il vero, se non nei cani o nei bambini.

E il temporale che romba in testa, mentre esibisci i denti, mentre porgi parole inzuccherate, mentre vorresti _uccidere_ e invece ti relazioni, cazzo, ti relazioni, che è un verbo che non dovrebbe neppure esistere, eppure lo sto scrivendo, qui, nel privato di un blog privato, a dargli sostanza e realtà.

Siamo finti, ecco. Tutto qui. O, almeno, io sono finto, voi non so, ma non ho motivo di credere che per voi sia diverso.

Vorrei uccidere, a morsi, o con un bastone. E invece sorrido e faccio conversazione. E faccio anche rima. Non è bello, questo?

Merda.

postato da: Treesong alle ore 19:22 | link | commenti
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giovedì, 24 settembre 2009

35

Le bestie dela not

le viaza lizere.

Chel che pesa l'è i sogni,

e i sogni no i pesa.

postato da: Treesong alle ore 19:32 | link | commenti
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domenica, 20 settembre 2009

34

Niente di quel che costruisco sta in piedi.

Voglio dire, d'accordo, ma non sarebbe più gentile, da parte del fato, far cadere le cose _dopo_ che sei morto?

postato da: Treesong alle ore 18:45 | link | commenti (1)
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mercoledì, 16 settembre 2009

33

Campanellini d'argento. Ai polsi, alle caviglie, tintinnano.

Spade di luna piena che si schiantano sugli alberi, sul prato, sulla pelle sudata, sulle gocce d'ambra. La luna e le nuvole che corrono, e quella luce impossibile, che sembra galoppi, a tratti, che sottolinea e nasconde.

E la danza, il corpo che gira e si avvolge come lo zucchero filato sul bastoncino, tlintlintlin, come cento anni di una radice di larice in un momento solo, come una lince in equilibrio sulle punte.

Ombra, luce di latte, ombra, fasce di seta lunare.

Attorno, la paura, il buio indifferente, gelido, del bosco di notte. Il buio cieco.

Ma lì c'è il canto dei campanellini.

E il controcanto del risucchio dei piedi che danzano.

Del risucchio dei piedi che danzano nella merda di cane.

postato da: Treesong alle ore 19:25 | link | commenti (2)
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